L’appuntamento è accordato. Alle 20 al solito ristorante; quelle con i finestroni. Come è emozionata al telefono la prof. La porterò al solito ristorante, al mio solito tavolo. Mentre parlerà, guarderò fuori dalla finestra. Sorriderò nei momenti giusti e poi troverò una scusa per andare in bagno. Così guadagnerò qualche minuto buono. Farò il saggio, l’interessato e il nobile. Queste mie maschere sono rodate da tempo, specifiche per donne come la prof. Sono sempre lì sul comodino del letto, vicine alla foto di Padre Pio. Siano benedette tutte le maschere del mondo.

Dopo il bagno arriva il difficile. Sbuffo mentre parlo, gli occhi non sanno dove appoggiarsi. C’è qualche altra donna da ammiccare in giro? Alla fin fine, indosso le maschere che più mi si addicono.
La prof continua a blaterare non so cosa. Sommo qualche parola per dirle cosa penso di noi: “Sono sorpreso della tua amicizia, so essere molto fedele”. 

Anche le maschere hanno un cuore. Ma la serata non può finire in filosofie. Cosa dire ancora? Divora la pizza con la cipolla! Se non fosse per il suo corpo, andrei a dormire. Le mie maschere sanno fare grandi sacrifici per le loro donne. Ma non riesco proprio a pensarmi a letto con la cipolla. Ho una dignità. Le maschere mi sputerebbero, ed io ho bisogno ancora di loro! ll mio vicino di casa, grande consumatore di maschere, mi suggerì tempo fa che, in casi di estrema difficoltà, nel dopo cena, con aliti difficili, è sufficiente portare l’amica a un bar e offrirle un caffè.

I”l caffè anestetizza tutto” mi disse, anche la cipolla. 
Le maschere devono possedere una buona memoria e applicare strategie in ogni situazione lavorativa. Una vita difficile. E così sia! Cazzo, alla prof non piace il caffè. E’ golosa di gelato al caffè!!! Le prof di filosofia sono anime inquiete. 

Sono le 3 di notte. Sul cuscino qualche capello della prof. 
La camera da letto è invasa di cipolla. Presi lenzuola e federe e li buttai nella lavatrice. Presi un’ altro cuscino e raggiunsi il soggiorno. Rimasi al buio: le 3, le 4, le 5, le 6. Il gelato al caffè non fece nessun effetto, dissi tra me e me! E’ l’unico pensiero che mi viene in mente. Dovrò parlare seriamente al vicino. Non ho forze per farmi la doccia. Voglio morire in questo silenzio, in questo vuoto, tra queste mura con il mio cuscino, dimenticare la cipolla e la sua epigona. Sono senza finestra da fissare. 

Voglio cancellarmi tutto, ridisegnarmi, colorarmi di nuovo. Prendermi a schiaffi, odiare i ristoranti, diventare obeso. Ma sempre quello stronzo del mio vicino di casa mi ha detto che queste tipologie di maschere costano troppo e necessitano di grossi sacrifici. Mi volto. Il nuovo giorno arriva ed è finito il buio. Ok. Vado da Padre Pio, quello vicino al comodino. 

Mi piacciono i libri robusti, quelli con tante pagine, minimo 350, ma non siamo ancora ai limiti. Il più delle volte voglio libri con molte più pagine. Quando le tocco, per primo sento il loro odore, poi le accarezzo tentando di percepire la loro grammatura e ruvidità. Chissà quanta sofferenza, quanto dolore per una sola parola scritta su quelle pagine. Più è robusto il libro, più è il sacrificio nella scrittura.

Sono in fila alle casse organizzate vicine all’uscita con il mio libro robusto in mano. Ho già visto la mia bella cassiera; la guardo e sorrido nel mio silenzio. “Avanti un altro” sentenzia la ragazza per far avvicinare il prossimo cliente avanti a me il quale, balza in avanti, e porge il suo libro magro sul banco. Un libro magro, secco, cadaverico. Una copertina completamente bianca come le carnagioni invernali. Il prossimo cliente sono io. La cassiera bella mi accoglie con un il suo abituale sorriso dolce ed empatico, ed io non faccio altrettanto. Mi conosco: so di poterla anche amare per quei pochi secondi giusto per pagare il mio libro robusto e accondiscendere al suo “buonasera e grazie”.

E’ così bella la mia cassiera. Sono fuori dalla libreria con il libro robusto, ma solo con il mio corpo. Il resto di me è ancora di fronte a lei. Perchè avevo scelto un solo libro? Poco tempo vicino alla mia cassiera, una sola transazione e via. Cosa poteva rimanere di me? Sono deluso; mi fa male la mano, è irrigidita. Ma cosa ho in mano? Ah si, il libro robusto. Il sole batte forte; il sudore solca la mia barba. Non posso asciugarla, ho il libro robusto in mano. Cammino, mi allontano da lei ma il pensiero è sempre vicino alla mia cassiera. Sono arrivato a casa. Apro il cancello, lo chiudo. Attraverso il giardino bruciato dal sole. Apro la porta di casa. Mi fermo all’uscio: il vuoto mi guarda. Io guardo il vuoto. Seduto sulla poltrona sfoglio il mio libro robusto; i miei occhi fanno finta di leggere le prime pagine ma già non ricordo cosa leggo. Chiudo il libro e rileggo il titolo sulla copertina: “Aspiranti amanti”.

Sorrido. Penso. Sorrido. 
E’ tutto abbastanza chiaro. E’ tempo di ritornare dalla cassiera bella.